Roberto Zacco
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Medico, docente universitario e scrittore. Da 25 anni cultore di archeologia, ha maturato con i viaggi
e lo studio un'appassionata conoscenza della civiltà egiziana. Membro di alcune società egittologiche in
Italia e all'estero, è collaboratore presso l'Istituto di Archeologia dell'Università di Pavia.
"E' impresa faticosa scrivere, scrivere per rimanere, per raccontare il sempre-vero, l'universale.
Scrivere in modo che chi legge debba muovere il capo in un cenno di intimo assenso e in silenzio impossessarsi per un istante della
bellezza o della verità con una specie di folgorazione che sta ad esse come l'orgasmo sta all'amore.
E' difficile trovare nella foresta dell'umano quel sentiero tortuoso e nascosto che porta a tutti gli alberi e che sfiora
ogni ramo e che pure tutto toccando rimane intatto al di sopra dello stormire delle cose, libero e leggero, libero e lontano, eppure
tanto prossimo ed avvolgente quanto il vento."
Nefertiti sull'inno all'Aton,"Le braccia del Sole", Roberto Zacco, 1997
Questa sito è curato da Riccardo Bugliosi.
Ultimo aggiornamento: 29 Dicembre 2008
Bibliografia letteraria

Gli occhi della Luna
Mondadori, Milano, 2006
L'epopea di Akhenaton e Nefertiti narrata dal Faraone stesso. Un gioco di prospettive affascinante che illumina sulla
differente visione della realtà e del mondo offerta dalla prospettiva del coniuge/Faraone rispetto a "Le braccia del Sole"
Incipit del libro:
"Dove si annidano dunque le colpe di un uomo? Davvero dentro al suo cuore come un carico o una zavorra nella stiva di una nave
o nel ristretto spazio al di sotto del ponte di una barca?
Fino a che punto l'imbarcazione, qualunque essa sia, può reggerne il peso e continuare a galleggiare e soprattutto a navigare, fino
a che punto le vele dell'ideale e i remi della volontà e il timone della saggezza possono averne ragione e guidarlo all'approdo oltre la
vita dove ci incontreremo con Dio?
E che cosa conteranno veramente per lui: le vele e i remi e il timone che l'uomo ha inventato e manovrato, la perizia e l'abnegazione
nell' affrontare i pericoli o forse solo quel carico di colpe?
E perché ha creato i venti e le correnti e le stelle quasi un invito ad affidarsi a loro ed alla tentazione del viaggio se a lui interessa
solo il peso insopportabile che noi portiamo e sola- mente in base ad esso ci giudicherà?
E perché ha reso gli uomini così diversi, alcuni simili a grandi navi, altri a semplici barche ed altri ancora a miserabili zattere?
E ancora che cosa sarà più determinante per la sorte del giudizio: il peso totale del carico o la sua quantità in rapporto alla capacità della stiva,
le distanze raggiunte dall'uomo nel bene e nel male o il coraggio dimostrato, la fortuna o il valore?
Sì, la fortuna e il valore, ecco: non sono forse queste cose doni che in diversi momenti esprimono li di lui favore?
Mostrerà mai di considerare che più grande è la nave e tanto maggiore è la sua disposizione a caricarsi di colpe così come di buone opere?"
Akhenaton incontra Nefertiti.....
"Rimanemmo immobili. La luce alle sue e spalle ne rendeva indistinto il volto eppure capii che mi stava davanti la più bella donna che avessi
mai incontrato perché avevo udito le sue parole e non con gli occhi ma con il cuore mi stavo appropriando della sua presenza.
Allora tesi una mano verso di lei e le dissi: «Vieni Nefertiti, non avere paura... tu sai chi sono".
Mondadori, Milano,1997
Il diario della grande Regina Nefertiti, sposa di Amenophi IV / Akhenaton. Un libro affascinante e coinvolgente sia per le vicende narrate sia
per l'intensità e la bellezza della scrittura.
Di seguito potete leggere un estratto delle riflessioni della 'donna più bella della storia':
"Come è maschio il fiume e come è femmina la terra. Essi vivono abbracciati.
Lui serpeggia sul suo corpo, accarezza, fruga, ritorna. Vuole toccarla.
Si vede che vuole toccarla il più possibile e lo fa con desiderio impaziente.
Tasta la sua consistenza, approfitta delle sue rive sabbiose e morbide indugiandovi e si ritrae respinto ma non scoraggiato da quelle rocciose.
Stringe teneramente tra le sue dita come fossero capezzoli isole di terra che, così delimitate, sembrano prendere coscienza del proprio esistere
e salgono con stupore all'occhio di chi guarda.
Si allarga e dilaga sulle parti piatte e vi scorre con abbandono rinunciando alla sua profondità, ma dove la terra si muove con i suoi rilievi
ed appaiono gole ed anfratti egli vi irrompe aumentando il flusso della corrente e creando vertigini che sembrano nascere in prossimità del contatto:
in quei punti è profondo, aggressivo, ostinato e pare che il suo cuore si metta a correre pressato da una particolare premura.
Misterioso non tanto nel suo fine che è pur sempre quello di violare e procedere ma piuttosto quanto alle cause che lo fanno muovere dalla
serenità verso un tumulto che fa cambiare il colore dell' acqua e la sua limpidezza ma soprattutto che rimescola la superficie con il profondo.
Il fiume va, il fiume viene, sembra spadroneggiare sulla terra. Egli porta. Egli dona. Dove spegne la sete consente la vita. Ma questo facendo
sembra crearsi un impegno eterno e di questo impegno sembra farsi un carico che giustifica la sua forza oltraggiosa.
Certamente il fiume come un regale invasore ha sete di gloria e di piacere.
La terra, più saggiamente, solo di acqua. Lo attende supina, lo riceve, sorride alla sua stravaganza ed al suo passare si accende di vita. Sembra
aspettare il suo potere per rivelare il proprio.
Ma mentre lui ha la forza cieca che penetra e feconda lei ha gli occhi per guidarlo. Solo la terra sa dove andrà il fiume.
Se la terra avesse voluto il Nilo sarebbe sboccato nel mare di Punt invece che nel mare del nord ed allora l'Egitto non sarebbe mai esistito.
Il fiume è tutto tranne che il suo destino."

Nudo di donna con cane
GEI, Milano,1986
Una donna, Elena, il suo cane Doghy e due uomini molto diversi tra i quali essa si divide con esasperante e disgregante incertezza.
L'attende una scelta. Ma quale è la strada, il viaggio interiore, che consente di giungervi? Quali le possibilità di completare
il cammino impervio che si snoda tra psiche e bisogno, tra inconscio e ragione, tra amore e possesso? Amore o possesso:
questa la differenza, il dualismo che lacera la protagonista e che porta ad una disperata necessità di definire l'amore.
Amore dunque come trasporto, passione, sensualità. O come comprensione dell' altro, analisi, aiuto.
O come dedizione totale e cieca, indiscusso sacrificio di sé. Se l'amore è tutte queste cose può essere scambiato
con il possesso che non è nessuna di esse? Se l'amore esclude il possesso allora è anche libertà. La vicenda si snoda
ed è filtrata attraverso l'accorato ricordo di Doghy che, tra questi modi di amare, rappresenta quello più perfetto e più infelice,
l'amare in silenzio.
(Elena, indecisa, si rivolge ad uno psicanalista e, dopo una serie di sedute:)
"-Allora dottore cosa ne dice? - Chiese Elena un giorno prendendo posto nella sua poltrona. Il dottore si tolse gli occhiali e accomodandosi indietro sullo schienale la guardò con un sorriso confortante.
-Bene, mi pare. -s' interruppe per offrirle una sigaretta, forse la duecentesima che Elena fumava li dentro, e stranamente ne accese una anche lui.
-Ho potuto tirare le somme. Voglio dire che ho individuato il bandolo della matassa, forse la causa di tutti i perché. -
La bocca socchiusa, Elena lo incoraggiava con gli occhi a parlare. .
-Almeno credo. - aggiunse il dottore.
-Mi dica la prego. –
-Ecco vede, tutto comincia con l'esperienza della ragazzina undicenne che fu testimone della sofferenza della madre per l'infedeltà del padre consumata, si presuppone, con donne di malaffare.
Da questa esperienza che costituisce il trauma iniziale, nascono due reazioni psicologiche così forti, che, in lei, non si sono ancora esaurite. –
Si fermò un attimo a considerare l'espressione di Elena, le avvicinò un posacenere e. continuò con tono accademico:
-La prima, che chiameremo A, è costituita da un senso di risentimento verso il padre. "La seconda, che chiameremo B, è il desiderio di vendicare la madre.
Vendicarla ovviamente ponendosi come principio generale di vincere sempre contro questo genere di donne o, se preferisce, contro tutte le donne
che possono acquisire nella vita il ruolo di rivali.
E per fare ciò la ragazzina ritiene che questo tipo di donne vadano battute con le loro stesse armi e cioè, per usare un eufemismo, con la spregiudicatezza. –
-Vuol dire essere più puttane di loro, dottore? –
-Per l'appunto. –
-Ma come potevo quando ero bambina pensare in questo modo? Allora ero veramente ancora pulita. –
-Lei deve sapere che l'infanzia è primordiale. Per esempio, un bambino che vede picchiare suo padre da un uomo non solo desidera uccidere questo uomo ma se potesse farlo sicuramente lo farebbe. Così, nel suo caso, la sofferenza di quel trauma le piantò dentro il seme di un grande risentimento e di un grande cinismo. –
-Ma crescendo io divenni una ragazza perfettamente normale e se allora mi avessero detto quello che mi sarebbe accaduto io... –
-Non ci avrebbe mai potuto credere. Lo so. Ma mi lasci continuare, la prego. Stavo appunto per dirle che nei dieci anni che seguirono a quel trauma dentro di lei avvenne tutto quello che glielo poteva fare dimenticare. Vennero a stratificarsi nella sua psiche tutti quegli elementi ridimensionanti apportati da una maggiore età, dalla cultura acquisita, dall'educazione civica, umanistica, religiosa nonché, probabilmente, anche da una più tranquilla e positiva esperienza di vita familiare. E questi elementi sono in realtà altrettante mani di vernice passate su quelle profonde impronte psicologiche che abbiamo chiamato A e B fino a che, esse appaiono del tutto cancellate. Liceo, primo anno d'università, intelligenza, cultura, equilibrio, nessun segno di scompostezza, prime esperienze amorose poco coinvolgenti senza darsi a nessuno, attesa del così detto "grande amore". Non è così? –
- Sì. - rispose Elena e provava nostalgia e commozione.
-Un quadro normale e gradevole insomma, -
Il dottore fece una pausa per consultare i suoi appunti ed Elena sempre guardandolo si accese un'altra sigaretta mandandosi il fumo negli occhi,
Doghy aveva smesso di guardare lo scarabeo, aveva cambiato di posto e, il muso schiacciato sul tappeto, aveva preso ad osservarli spingendo continuamente lo sguardo dall'uno all'altra.
-Ma gli anni 'passano e lei giunge finalmente a quella esperienza che dovrà condizionare tutto il suo futuro……."

La cultura medica nell'antico Egitto
Edizioni Martina, Bologna 2002
Di seguito vi presentiamo la prefazione a quest'opera:
"Presentiamo ben volentieri a un pubblico di lettori curiosi e culturalmente motivati (non necessariamente specialisti) questo
saggio sulla medicina dell'antico Egitto, che si deve alla scrittura elegante di un addetto ai lavori, docente di semeiotica medica
e cultore appassionato di egittologia, non che capace di dar prova, in più occasioni di un assai notevole qualità di narratore:
Roberto Zacco è autore, fra l'altro, di un eccellente romanzo storico, intitolato Le braccia del sole, che propone, con piena
aderenza antiquaria, profondità d'introspezione psicologica e sobrietà di stile, un autobiografia emozionante di Nefertiti, la
sposa mitanna di Akhenaton, il faraone dell'eresia monoteistica. Lo scrupolo documentario del narratore, esposto alle insidie
d'un genere (tanto spesso maltrattato!) come quello del romanzo storico, trova conferma a posteriori proprio in questa bella
prova saggistica, che ne rileva tutta la coerenza intellettuale: dove l'essere medico storico e un uomo del presente messa a
confronto (non rassicurante, non consolatorio) con un passato veramente "altro", tutto risponde a un esigenza sofferta di partecipazione
umana. Homo sun: umani nil a me alienum puto.
La trattazione si sviluppa con disegno ordinato e comprensibile anche per i non esperti: una breve, lucida sintesi della storia d'Egitto,
dalle origini dell'impero faraonico allo splendido tramonto di età ellenistica; i concetti basilari della problematica antropologico-culturale;
la documentazione disponibile vale a dire: manoscritti di argomento medico su papiri; dati desunti dall'autopsia di mummie; immagini
nell'arte egiziana di malati, di malformati, di azioni curative e chirurgiche: ed è qui che risalta al meglio l'expertise dell'Autore; poi la figura
e il ruolo sociale del medico; infine, i contenuti dell'antica medicina, e cioè le sue effettive conoscenze.
Ne scaturisce una rappresentazione della medicina egizia intelligentemente sfumata, in chiaroscuro, dove si riconoscono, allo stesso tempo,
un elevato grado di consapevolezza metodologica e molte buone intuizioni nell'ambito della patologia (inclusi alcuni suoi aspetti di carattere
quasi microbiologico) e della pratica terapeutica, ma anche una sostanziale ignoranza anatomica dovuta al tabù religioso che vietava la
dissezione dei cadaveri e impediva qualunque contatto fra medici e imbalsamatori e una sorta di autolimitazione "filosofica", tale da impedire
un reale e costante progresso conoscitivo. Giustamente Zacco ammonisce quasi subito il lettore a "dimenticare ogni visione moderna della
medicina e del concetto di vita - morte sul quale essa è impostata" e, nel finale del libro, osserva non senza ironia che le nostre menti
alimentate da duemila anni di cattolicesimo, da trecento di empirismo, da duecento di capitalismo e da cento di marxismo ( ... ) sono certo
le meno adatte ad accogliere la filosofia, mai scritta dell'antico Egitto. Non si tratta semplicemente di ovvia cautela antropologica: è chiaro che
gli antichi (e non solo gli egiziani) avevano idee diverse dalle nostre sulle corporeità, sulle ragioni di dell'esser vivi, sullo star bene, sulla malattia;
ma la riflessione di Zacco conduce ben oltre, fino a connotare questa distanza (di tempo e di concetto) d'una specie di nostalgia: quella scienza
lontana, così limitata rispetto alla nostra e tanto più spesso impotente di fronte alla malattia, era tuttavia più 'saggia', perché organica a una
percezione totale del mondo e del destino dell'uomo, che sapeva comporre morte e vita estinguendone il conflitto.
Diversità (e fascino) della medicina egizia sono dunque nella sua adesione senza pentimento al limite "fino a dove arrivava il suo sguardo, per
riprendere la citazione di Burckhardt che Zacco ha cara. Talune malattie si possono guarire, altre si combattono, altre è vano combatterle: e alla
morte bisogna pure addestrarsi, fino a "sentirla" con l'emozione serena di chi ascolti "certe pagine di Beethoven o di Wagner" è l'annotazione del
medico di oggi, insofferente (si direbbe) di certi accanimenti terapeutici; la morte va guardata con l'"affettuosa dimestichezza" degli antichi e ci
vengono in mente gli "occhi aperti" di Marguerite Yourcenar. Oltre l'affanno degli uomini, oltre la medicina e gli altri nobili esercizi dell'intelletto,
regna infatti Ma'at, l'ordine immutabile della natura e la sua giustizia intrinseca, che l'immaginario egizio personificava in una dea "esile, graziosa,
gentile e leggera" e indicava con l'attributo (a una prima impressione, sconcertante ... ) della piuma: si pensi, l'ordine dell'universo tutto intero
rappresentato da una piuma, volatile e quasi inconsistente! Ma quella piuma era il contrappeso della psicostasia osirica: il parametro delicatissimo
della colpa, la minuscola chiave d'accesso, apparentemente inafferrabile, al mondo dei risorti.
Le pagine che concludono il saggio di Zacco mettono allo scoperto le domande senza risposta e l'inquietudine dell'uomo di medicina moderno,
che scopre infine la saggezza ancor più della conoscenza, altrettanto l'ombra della luce: perché l'ombra, appunto, l'ombra "nel disegno della vita
dà ad essa risalto e profondità".
Singolare percorso, questo che avvicina vertiginosamente chi scrive, chi legge, a Cicerone a Montaigne, all'anonimo scriba del secondo millennio:
'La morte è davanti a me oggi ( ... ) come lo star seduti sotto la vela in una giornata di vento ( ... ) come quando un uomo desidera vedere la sua
casa dopo che molti anni passati ha in prigionia".
MAURIZIO HARARI
Titolare Cattedra di Archeologia dell'Università di Pavia
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Prof. Maurizio Harari su "La cultura medica dell'antico Egitto"